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(20/04/2017) "Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo"

La nona edizione del report dell'Istat descrive l'Italia e il suo posto in Europa attraverso una selezione di indicatori statistici che spaziano dall'economia alla cultura, al mercato del lavoro, alle condizioni economiche delle famiglie, all'ambiente



"Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo", giunto alla nona edizione, mette in luce la collocazione del nostro Paese nel contesto europeo e le differenze regionali che lo caratterizzano, attraverso una selezione di indicatori statistici che spaziano dall'economia alla cultura, al mercato del lavoro, alle condizioni economiche delle famiglie, alla finanza pubblica, all'ambiente. In particolare, nell’edizione 2017 ne vengono introdotti due nuovi: Acque di balneazione (Ambiente) e Imprese innovatrici (Scienza, tecnologia e innovazione).

Di seguito una selezione degli aggiornamenti di questa edizione su temi di maggior interesse per il non profit:

Condizioni economiche delle famiglie
In Italia la diseguaglianza, misurata in termini di concentrazione del reddito, è più elevata in Sicilia e più bassa nelle regioni del Nord-est. Nel confronto con i paesi dell’Ue, nella graduatoria in ordine decrescente riferita al 2015, l'indice di concentrazione colloca l’Italia al decimo posto (0,324) insieme al Regno Unito, con un valore poco più elevato di quello medio europeo (0,310).
Nel 2015 in Italia l’11,5% degli individui vive in condizioni di grave deprivazione. Il nostro Paese supera di 3,4 punti percentuali la media europea attestandosi al 9° posto tra i paesi con i valori più elevati. Nel 2016 la quota di persone soddisfatte per la propria situazione economica (50,5%) risulta in aumento per il terzo anno consecutivo; a crescere sono soprattutto coloro che si dichiarano "abbastanza soddisfatti". Il livello di soddisfazione per la situazione economica aumenta in tutte le ripartizioni ma è il Centro-Nord a registrare l'aumento più consistente sul 2015 (da 52,7% a 56,4% ).

Istruzione
La spesa pubblica in istruzione incide sul Pil per il 4,1% a livello nazionale, valore più basso di quello medio europeo (4,9%) tanto che l’Italia occupa il quartultimo posto. La spesa pubblica per consumi finali in istruzione ha invece una incidenza del 3,6%, raggiunge il 6,0% nel Mezzogiorno – dove è più numerosa la popolazione in età scolare – e scende al 2,9% nel Centro- Nord. Prosegue il miglioramento del livello di istruzione degli adulti. La quota di 25-64enni che hanno conseguito al massimo la licenza media è scesa dal 51,8% del 2004 al 40,3% del 2016 ma sfiora il 50% nel Mezzogiorno (48,6%). L'Italia risulta quartultima nella graduatoria delle persone di 25-64 anni con livello di istruzione non elevato, con una incidenza quasi doppia rispetto all'Ue28 (rispettivamente 40,1% e 23,5%, dati 2015). Nel 2016 la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi è scesa al 13,8% in Italia (16,1% tra gli uomini e 11,3% tra le donne), superando l'obiettivo nazionale del 16% fissato dalla Strategia Europa 2020. L'Italia occupa il quartultimo posto nella graduatoria europea (14,7% contro una media Ue28 dell'11,0% nel 2015), solo Romania, Malta e Spagna registrano percentuali più elevate.
Sono oltre 2,2 milioni (24,3% della relativa popolazione) i giovani di 15-29 anni che nel 2016 non sono inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e non sono impegnati in un'attività lavorativa, in leggero calo per il secondo anno consecutivo. L’incidenza è più elevata tra le donne e nel Mezzogiorno. Nel confronto europeo l'Italia si attesta al primo posto, con la quota più elevata (dati 2015). Il 26,2% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario nel 2016, valore in linea con quanto stabilito dalla stessa Strategia europea come obiettivo per l'Italia, ma lontano dal 40% fissato per la media europea. In Europa il nostro Paese continua a ricoprire l’ultima posizione (25,3% contro 38,7% della media Ue28, dati 2015). L'apprendimento permanente durante l'arco della vita, fattore decisivo per l'integrazione nel mercato del lavoro, interessa nel 2016 l’8,3% degli italiani tra i 25 e i 64 anni, valore in aumento ma ancora sotto la media europea (10,7% nei dati 2015).

Cultura e tempo libero
Nel 2015 le famiglie italiane hanno destinato a consumi culturali e ricreativi il 6,7% della loro spesa, un valore decisamente inferiore alla media Ue28 (8,5%) e superiore solo a quelli di Lussemburgo, Cipro, Irlanda, Portogallo, Romania e Grecia.
Nel 2016 diminuiscono sia la quota di persone che leggono quotidiani (43,9%, dal massimo di 58,3% del 2006 e da 47,1% del 2015) sia quella di chi legge libri (40,5%, dal 42,0% del 2015). La lettura rimane prerogativa soprattutto dei giovani e delle donne. A livello territoriale tutte le regioni del Mezzogiorno presentano valori inferiori al dato nazionale a eccezione della Sardegna.
Si conferma in aumento l'utilizzo del web per la lettura di notizie, giornali o riviste; tra i giovani di 20-24 anni il 53,9% va su Internet a questo scopo. Su scala europea l’Italia occupa però l’ultima posizione insieme alla Romania.
Nel 2016 l'8,4% della popolazione di 6 anni e più legge online e scarica dal web libri, quota che sale a poco meno del 20% tra i giovani di 18-24 anni. Questa forma di fruizione culturale è più diffusa nel Nord-ovest. Il Mezzogiorno è l’unica ripartizione dove si registra una diminuzione rispetto al 2015.
Continua a crescere la partecipazione culturale. Nel 2016 sono aumentate le persone che vanno al cinema (oltre il 50% della popolazione) e a concerti di musica diversa da quella classica. La fruizione di spettacoli o intrattenimenti fuori casa è più diffusa tra gli 11-24enni. A livello territoriale il divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno è molto rilevante nel caso di visite a musei e monumenti mentre si attenua per la partecipazione a spettacoli sportivi e cinematografici.
La propensione alla pratica sportiva è in crescita nel 2016, ma riguarda ancora poco più di un terzo della popolazione (più gli uomini che le donne); circa un quarto dei praticanti vi si dedica in modo continuativo. La quota più elevata di sedentari si riscontra nel Mezzogiorno (25,7%).

Sanità e salute
Nel 2014 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta intorno ai 2.400 dollari pro capite a fronte degli oltre 3.000 spesi in Francia e dei 4.000 in Germania (fonte Ocse). Le famiglie italiane hanno contribuito alla spesa sanitaria complessiva per il 23,3%, la quota è in leggero aumento. In Italia i decessi per tumori e malattie del sistema circolatorio sono stati rispettivamente 25,8 e 31,0 ogni 10mila abitanti nel 2014. Nel Mezzogiorno la mortalità per tumori si conferma inferiore alla media nazionale, mentre quella per malattie del sistema circolatorio è più elevata. La mortalità per queste cause è in continua diminuzione e inferiore alla media europea (27,4% e 38,3% dati 2013). Il tasso di mortalità infantile, importante indicatore del livello di sviluppo e benessere di un paese, continua a diminuire, nel 2014 in Italia è di 2,8 per mille nati vivi, tra i valori più bassi in Europa.

Protezione sociale
In Italia la spesa per la protezione sociale nel 2014 è il 30% del Pil e il suo ammontare per abitante sfiora gli 8 mila euro l’anno. Sia in termini pro capite sia di quota sul Pil il nostro Paese presenta valori superiori alla media dell’Ue. La spesa per prestazioni sociali (19,3% del Pil nel 2014; quasi 5.155 euro pro capite) è solo in parte coperta dai contributi sociali (14,1% del Pil): l'indice di copertura previdenziale risulta infatti inferiore a 100, anche se in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Rispetto al 2013 è aumentata ancora l'incidenza sul Pil della spesa per le pensioni (17,0%).

Mercato del lavoro
Nel 2016 risultano occupate oltre 6 persone di 20-64 anni su 10 (61,6%), ma è forte lo squilibrio di genere a sfavore delle donne (71,7% gli uomini occupati, 51,6% le donne) come il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno (nell’ordine 69,4% e 47,0%). Nella graduatoria europea relativa al 2015 solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore a quello italiano, mentre la Svezia registra il valore più elevato (80,5%).
L’incidenza del lavoro a termine nel 2016 si conferma invariata al 14,0%, più alta nelle regioni meridionali (18,3%) rispetto al Centro-Nord (12,5%). Cresce con minore intensità la quota di occupati a tempo parziale (18,8%), con una distribuzione piuttosto uniforme sul territorio nazionale. In Europa questa modalità di occupazione è diffusa soprattutto nei paesi nord-occidentali (50,7% l’incidenza nei Paesi Bassi nel 2015), mentre lo è poco nei paesi dell’Est di più recente adesione all’Unione.
Nel 2016 il tasso di disoccupazione scende di 0,2 punti rispetto al 2015, attestandosi all’11,7%, soprattutto per la riduzione della componente maschile. Rimangono forti le differenze territoriali: nel Mezzogiorno è in cerca di lavoro quasi una persona su cinque. Nella graduatoria europea decrescente, l’Italia è al 6° posto (dati 2015).
Il tasso di disoccupazione dei giovani di 15-24 anni scende al 37,8% nel 2016, 2,6 punti percentuali in meno rispetto a un anno prima. Il livello massimo si registra nel Mezzogiorno (51,7%), soprattutto in Calabria, dove arriva al 58,7%, e fra le ragazze (54,4%). Nell’Ue, la condizione dei 15-24enni rimane particolarmente critica in Grecia, Spagna e Croazia, paesi che insieme al nostro presentano valori dell'indicatore all’incirca doppi rispetto a quello medio europeo (20,4%, dati 2015).
Il tasso di mancata partecipazione, che tiene conto di quanti sono disponibili a lavorare pur non cercando attivamente lavoro, si attesta al 21,6% nel 2016, in calo per il secondo anno consecutivo. La riduzione è diffusa a tutte le regioni a eccezione di Liguria e Sicilia, ma il valore del Mezzogiorno rimane più che doppio rispetto a quello del Centro-Nord. Il divario tra Italia e la media Ue supera i nove punti (22,5% in Italia; 12,7% nell’Ue), ma risulta di oltre 13 punti per la componente femminile (dati 2015).

Stranieri
All'inizio del 2016 risiedono in Italia oltre 5 milioni di cittadini stranieri (0,2% in più rispetto all'anno precedente) che rappresentano l'8,3% del totale dei residenti. Nel confronto europeo relativo al 2015, il nostro Paese presenta una incidenza più elevata della media Ue e si colloca all’11° posto, subito dopo il Regno Unito (8,4%) e la Germania (9,3%) e prima della Francia (6,6%).
Alla stessa data sono regolarmente presenti quasi 4 milioni di cittadini non comunitari (vale a dire gli stranieri non comunitari in possesso di valido documento di soggiorno e gli iscritti sul permesso di un familiare). Dal 2011 il flusso in ingresso di cittadini non comunitari verso il nostro Paese è in flessione: nel corso del 2015 i nuovi permessi rilasciati sono stati il 3,8% in meno rispetto all'anno precedente. La riduzione dei nuovi ingressi ha riguardato soprattutto il Centro e il Mezzogiorno.
Nel mercato del lavoro si riducono i divari tra italiani e stranieri: nel 2015 il tasso di occupazione (20-64 anni) degli stranieri si attesta al 62,4% contro il 60,3% degli italiani. Nell’Unione europea la quota di stranieri occupati è in media leggermente più elevata (63,8%). Il tasso di disoccupazione in Italia diminuisce per entrambe le componenti, ma rimane più elevato per gli stranieri (16,2% contro 11,4% degli italiani).
Il livello di istruzione degli stranieri è inferiore a quello degli italiani. Nel 2015 tra le persone di 15-64 anni la metà degli stranieri ha al massimo la licenza media, il 39,2% ha un diploma di scuola superiore e il 10,8% una laurea (tra gli italiani il 16,0%).

Ambiente
Nel 2015 continua il calo nella produzione di rifiuti urbani: 486,2 kg per abitante, quasi due in meno rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, le maggiori quantità di rifiuti urbani si raccolgono nel Centro Italia; Emilia-Romagna e Toscana sono i primi produttori, con livelli oltre i 600 kg e ancora in crescita nel 2015. Prosegue la riduzione di rifiuti raccolti e smaltiti in discarica: nel 2015 sono 128,7 kg per abitante, quasi 25 in meno rispetto al 2014. I progressi più importanti si registrano per la provincia autonoma di Bolzano, la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia. La situazione di maggiore criticità si ha in Sicilia, con oltre l’80% di rifiuti urbani conferiti in discarica. Nel contesto europeo, l’Italia si colloca poco sopra la media sia per i rifiuti raccolti sia per quelli smaltiti in discarica (rispettivamente 474 e 132kg per l’Ue). La raccolta differenziata, fattore strategico per la corretta gestione dei rifiuti, nel 2015 ha superato, con il 47,5%, l'obiettivo del 45% previsto dalla normativa nazionale per il 2008. Nella raccolta differenziata esiste ancora un forte divario tra Nord, Centro e Sud. Le performance migliori sono quelle della provincia autonoma di Trento e del Veneto, dove si supera il 65%, obiettivo previsto per il 2012. Con il 12,8% la Sicilia si conferma la più lontana dai target europei. Nel secondo periodo d’impegno del protocollo di Kyoto (2013-2020), i paesi dell’area Ue28 hanno l’obiettivo di ridurre le emissioni collettive del 20% rispetto al livello del 1990. Tra il 1990 e il 2014 l’Italia ha ridotto le emissioni dei gas serra del 19,8%; in media Ue la diminuzione complessiva è stata del 24,4%. Nel 2015 sono 5.518 le aree adibite alla balneazione in Italia, rappresentate dalle acque marino-costiere, di transizione e interne superficiali,. Rispetto agli anni precedenti si riscontra un leggero aumento delle acque con qualità eccellente. A livello europeo, l'Italia è il paese con il maggior numero di acque di balneazione, ossia circa 1/4 delle acque totali, seguito a distanza da Francia (3.355), Germania (2.292) e Spagna (2.189).

Turismo
Nel 2015 si contano in Italia 167.718 esercizi ricettivi con più di 4,8 milioni di posti letto, in crescita rispettivamente del 5,9% e dello 0,6% rispetto al 2014. L’offerta italiana è superiore a quelle di Germania, Spagna e Francia, ma inferiore, tra le altre, all’offerta di Croazia, Austria e Grecia. Nel complesso degli esercizi ricettivi le presenze sono state circa 393 milioni, il 4% in più rispetto al 2014: l’Expo Milano 2015 ha prodotto una impennata delle presenze a Milano e dintorni. La durata media del soggiorno nelle strutture ricettive continua invece a diminuire attestandosi a 3,5 notti. Tutte le regioni del Nord-est si collocano al di sopra della media nazionale per numero medio di notti trascorse dai clienti negli esercizi ricettivi, insieme a Marche e Toscana nel Centro (5,2 e 3,5 notti). Il nostro Paese presenta valori superiori alla media dell’Ue28 (2,94 notti), preceduta in graduatoria da Spagna, Grecia, Danimarca, Croazia, Malta e Cipro.

La posizione dell’Italia in Europa
Nella maggioranza dei casi, la comparazione mostra ancora l’Italia sistematicamente collocata al di sotto della media europea, a meno di qualche apprezzabile eccezione. Permangono divari importanti riguardo alla performance del sistema produttivo nel suo complesso e si rilevano, tra le altre, debolezze nell’ambito dell’economia della conoscenza, della formazione e nel mercato del lavoro.
L’Italia occupa però una posizione di primo piano in tema di eccellenze agroalimentari, con il maggior numero di riconoscimenti Dop, Igp e Stg assegnati dall’Unione europea.
L’attenzione alla tutela dell’ambiente è, in generale, un altro ambito in cui l’Italia occupa una posizione in linea o leggermente più favorevole rispetto alla media dell’Unione. I progressi più importanti si sono raggiunti in tema di strategia europea per la promozione di una crescita economica sostenibile, nell’area dei cambiamenti climatici e dell’energia: la riduzione delle emissioni di gas serra è sostanzialmente in linea con quanto realizzato a livello europeo.
Il nostro Paese mostra miglioramenti di rilievo, che si riflettono in posizioni al di sopra della media europea, anche nel campo della salute e del welfare: nonostante la spesa sanitaria pubblica italiana sia inferiore a quella di importanti paesi partner, gli indicatori di mortalità (infantile, per tumori e per malattie circolatorie) continuano, infatti, a contrarsi e si mantengono più bassi della media europea. Tra gli indicatori sugli stili di vita l’Italia presenta la percentuale più bassa di adulti in eccesso di peso, mentre la diffusione dell’abitudine al fumo vede il nostro Paese in una posizione centrale. L’Italia si conferma del resto tra i paesi europei più longevi, sia per gli uomini sia per le donne. Gli altri indicatori demografici mettono in luce, tuttavia, un quadro di scarsa dinamicità, con un indice di vecchiaia secondo solo a quello della Germania, un indice di dipendenza tra i più alti, un tasso di crescita naturale negativo e peggiore della media europea e una fecondità tra le più basse, con un valore ben inferiore alla soglia del ricambio generazionale.
La quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi in Italia ha superato già nel 2014 l'obiettivo nazionale del 16% fissato per il 2020 e nel 2016 la percentuale è ulteriormente scesa: il tasso di abbandono scolastico rimane però superiore alla media Ue. Nel 2016 il 26,2% delle persone di 30-34 anni ha conseguito un titolo di studio universitario, in linea con quanto stabilito come obiettivo per l'Italia, ma lontano dal 40% fissato per la media europea; inoltre il nostro Paese si colloca in ultima posizione rispetto ai partner europei. La strategia europea include tra i suoi obiettivi l'aumento del tasso di occupazione, con la raccomandazione di un'ampia partecipazione delle donne e delle persone di 50 anni e più. Nonostante il miglioramento dell’ultimo anno, l’Italia è ancora lontana dal raggiungimento dell’obiettivo nazionale oltre che distante dalla media europea, confermando anche la presenza di un elevato squilibrio di genere. Tra gli Stati membri più grandi, la Germania ha raggiunto l’obiettivo già dal 2013.
Come anticipato, anche con riguardo all’ambito dell’economia della conoscenza e all’innovazione emergono elementi di criticità. La spesa in R&S in rapporto al Pil si sta avvicinando all’obiettivo nazionale per il 2020 (1,53%), ma il progresso è ancora insufficiente a ridurre la distanza con gli altri principali paesi europei. Ritardi rispetto alla media europea contraddistinguono anche la formazione e l’occupazione di persone con alta professionalità tecnico-scientifica, mentre famiglie e imprese italiane rimangono lontane dai paesi più evoluti nell’utilizzo del web.

http://www.istat.it

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