Editoriali e Indici

NON PROFIT 1.2005


INDICE

EDITORIALE
Sussidiarietà senza frontiere? Riflessioni al ritorno da un viaggio oltreoceano e a margine di recenti tendenze del dibattito italiano
Lorenza Violini

AREA AZIENDALE

Responsabilità sociale d’impresa (RSI): momenti interpretativi
Antonio Matacena

Il trattamento del patrimonio in alcune aziende non profit: peculiarità e problemi aperti
Claudio Travaglini

AREA ECONOMICA

Il terzo settore e la CSR
Stefano Zamagni

La compartecipazione degli utenti al costo dei servizi e l’Isee. Alcune riflessioni
Natascia Marchitelli, Michele Mosca e Marco Musella

AREA GIURIDICA

L’esperienza delle Camere di Commercio nel non profit
Giuseppe Tripoli

Thin capitalization e finanziamenti dei soci cooperatori
Adele Sarti

AREA SOCIOLOGICA

Le risposte all’esclusione sociale: il contributo del sistema non profit
Giancarlo Rovati

Capitale sociale, differenziazione sociale e il nuovo patto sociale negli Stati Uniti d’America: come contestualizzare le più recenti ricerche di Robert D. Putnam
Riccardo Prandini

AREA STATISTICO-VALUTATIVA

Nonignorable Nonresponse in a Multilevel Framework: Assessing the Efficacy of Job Training Courses
Michela Battauz, Federico Denti, Enrico Gori e Federico Rappelli

Un “terzo settore” in movimento. Dinamiche, luoghi e forme emergenti
Nereo Zamaro

Apprendimento di modelli grafici esplorativi per la valutazione in ambito socio sanitario: il caso dell’assistenza informale
Mario Bolzan, Adriana Brogini e Debora Slanzi

Chiacchierando con Edward Freeman...
A cura di Maria Gabriella Baldarelli, Matteo Santi e Silvana Signori


EDITORIALE
Sussidiarietà senza frontiere? Riflessioni al ritorno da un viaggio oltreoceano e a margine di recenti tendenze del dibattito italiano

di Lorenza Violini

Tener vivo un dibattito su un tema per quasi un decennio non è impresa da poco (1). Occorre che il tema sia interessante e ampio, che i suoi sostenitori siano adeguatamente motivati sul piano ideale e agguerriti su quello della strumentazione scientifica, che il pubblico sia sufficientemente recettivo e attento. Tutto questo è accaduto e accade per la sussidiarietà, studiando la quale sempre nuovi aspetti vengono alla luce e sempre nuove indicazioni si profilano sia per l’azione dei pubblici poteri sia per gli sviluppi della creatività delle formazioni sociali. E va dato atto alla Rivista (ma anche al mondo che la sostiene e la nutre) di essere riuscita a stimolare la discussione senza monopolizzarla, ma aprendola ai più diversi approcci.
Non è pertanto facile, oggi, fare il punto sul tema, che si sta estendendo a macchia d’olio (una sorta di “macrosussidiarietà”) fino a ricomprendere, come comune denominatore, non solo le questioni relative alla riforma dello stato sociale ma anche quelle attinenti alle condizioni per uno sviluppo equilibrato e sostenibile del sistema economico, essendo il filo conduttore delle nuove politiche europee (v. agenda di Lisbona) quello di modernizzare l’intero modello di rapporti tra i mercati e le altre sfere rilevanti: welfare, scuola, famiglia, istruzione e ricerca, pubblica amministrazione. Dato questo complesso intreccio di relazioni, in cui la sussidiarietà si innesta a più livelli e sempre più profondamente, fare il punto sul tema non solo non è facile ma non è forse neppure opportuno, mentre può essere utile, nell’introdurre il presente numero della Rivista, segnalare qualche aspetto del dibattito in corso, che risulti di aiuto a leggere la situazione attuale.
E, invero, tale dibattito ha assunto toni di vivo interesse fino ad avere anche ampia eco sui quotidiani (2), mettendo in luce, nel prisma della sussidiarietà, l’importanza della c.d. “sussidiarietà fiscale” come progetto capace di ridare fiato a iniziative di welfare della società editoriale civile, da considerare come fattori di benessere per la collettività. Ha senso pertanto che a tali attività sia destinato un trattamento fiscale di favore che incentivi il diffondersi delle stesse; ha senso anche che una simile politica sia estesa, ad esempio, agli investimenti per la ricerca o a favorire comportamenti virtuosi in materia di politiche per la casa sull’esempio di Paesi d’oltralpe, in cui il dare un immobile in affitto, dopo averlo ristrutturato, non è penalizzante per il proprietario ma diviene, anzi, elemento di risparmio fiscale. Come è spesso accaduto in passato, antesignana di queste politiche è stata la Regione Lombardia che ha, ad esempio, consentito ai cittadini con la nota “legge sui sottotetti” di valorizzare il proprio patrimonio immobiliare; inoltre, sempre in campo fiscale, tale Regione ha scelto di esentare le Onlus dal pagamento dell’Irap. Stigmatizzata dalla Corte costituzionale, tale politica potrà continuare grazie alla legge finanziaria nazionale del 2004, che ha invece riaperto le porte alle scelte regionali in materia.
Pressoché ignota per il nostro Paese, quella della sussidiarietà fiscale risulta essere una linea di intervento ben viva altrove come, ad esempio, negli Stati Uniti i quali, pur conoscendo solo marginalmente il tema della sussidiarietà, sono tuttavia molto avanti nella individuazione di politiche ampiamente sussidiarie; basti pensare che, fin dal 1994, tra le direttive emanate dal governo federale ai suoi funzionari vi era quella di considerare le iniziative dei privati e dei loro gruppi prima di intraprendere attività pubbliche in un determinato settore (3).
Di rilievo, oltre alla detassazione degli enti non profit, la politica americana sui buoni scuola, assolta dalla Corte Suprema dalle accuse di violazione del principio di laicità dello Stato, di cui si è discusso anche nel contesto di un recente convegno organizzato dall’Università di Villanova (Philadelfia, PN).
Sono stati in questa sede messi in luce molti aspetti relativi al principio di sussidiarietà che hanno influenza sulla politica americana, a partire dalla linea del presidente Bush, il quale ha fatto anch’egli della sussidiarietà un punto di riferimento per le proprie scelte politiche, in linea anche con le concezioni della società da lui propugnate e meglio note come compassionate conservative visions. Come afferma Robert Vischer (uno dei relatori del sunnominato convegno) in un saggio sul tema della sussidiarietà del 2001 (4), “even where unspoken, subsidiarity undelies many of Bush’s political proposals. In his ‘Duty of Hope’ campaign speech outlining the compassionate conservative vision, the word subisdiarity never passed Bush’s lips but the speech reeds like a blueprint for applied subisidiarity”. Un principio che si è fatto largo anche in USA dunque e che è stato invocato, sempre secondo le tesi di Vischer, come mezzo per impostare le politiche volte a combattere la povertà, come giustificazione alle politiche di decentramento nel settore del diritto dell’ambiente e persino come fondamento giuridico per dare licenze a stazioni radio di piccole dimensioni. Sul piano costituzionale, infine, la sussidiarietà in America sarebbe da reperirsi implicitamente nel X Emendamento, letto dalla dottrina più recente come norma volta a limitare i poteri della federazione.
Allo scopo di declinare nel concreto il principio secondo sensibilità e problematiche proprie della situazione statunitense, nel corso del seminario di Villanova si è a lungo discusso su vari temi, primo tra tutti quello della compatibilità tra sussidiarietà ed eguaglianza, prendendo ad esempio le politiche scolastiche degli Stati membri, alcuni dei quali detengono tutto il potere sull’ordinamento dell’istruzione in nome di un’applicazione rigorosa dell’eguaglianza mentre altri lo condividono con gli enti locali, ammettendo quindi un tasso – pur disomogeneo da stato e stato – di differenziazione. Il tema del rapporto tra sussidiarietà e giustizia è stato declinato da Susan Stabile, della Saint John University di New York che ha esaminato il ruolo svolto dalle istituzioni parrocchiali nella lotta alla povertà, istituzioni su cui anche la politica ha puntato e che hanno dimostrato come la sussidiarietà sia, in ultima analisi, un’inesauribile ricchezza.
Altro tema degno di nota è stato quello relativo alla diversità tra giurisdizioni, specie penali, e che ha messo in luce come il governo federale tenda a soppiantare gli Stati nell’esercizio dell’azione penale anche nel perseguimento di reati che non hanno riflessi di tipo extrastatale; tema tecnico, certamente, ma che ci ricorda come – passato il fervore di opposizione al mandato di cattura europeo senza danni per lo stesso – occorra vigilare sulle forme giuridiche che assumerà in Europa la cooperazione in materia penale, per non incorrere in rischi analoghi a quelli evidenziati oltreoceano, con una federazione che impone agli Stati i propri giudici, le proprie prigioni e i propri standard. Un’ulteriore attestazione – se ce ne fosse ancora bisogno – del fatto che la battaglia per la sussidiarietà coincide con la difesa, a tutti i livelli, della libertà.
È questa una prospettiva che si va chiarendo anche nel nostro Paese, benché molto del dibattito sia ancora fermo a questioni di riparto di competenze e, sul piano nazionale, si discuta di sussidiarietà concependola come forma di superamento di un riparto di funzioni tra stato, regioni ed enti locali impostato secondo le logiche delle liste rigide di materie da attribuire ora all’uno ora all’altro dei livelli di governo; anche le più recenti sentenze della Corte costituzionale, dopo il guizzo di creatività della sentenza sulle fondazioni, sono tornate nei ranghi della interpretazione costituzionale classica del principio di sussidiarietà per leggerlo come forma di tutela non di interessi locali ma dell’interesse nazionale, scomparso dal testo costituzionale a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione e ora redivivo nella c.d. “riforma della riforma” all’esame del Parlamento.
Una riforma – sia detto per inciso – su cui molto si potrebbe discutere, se non fosse per l’indubitabile pregio di avere codificato, tra l’altro, la sunnominata sussidiarietà fiscale. Le più recenti tendenze della dottrina giuridica, pertanto, restano ferme al palo del normativismo, mentre è noto che, se una prospettiva giuridica va tenuta aperta sul tema, essa dovrebbe consistere nell’interrogarsi sulla possibilità di definire i criteri di effettività dell’applicazione del principio in esame, superandone la sua supposta elusiveness (una problematica che accomuna Europa ed America, come il citato saggio di Vischer non manca di evidenziare).
La prospettiva libertaria aperta dalla sussidiarietà non emerge dai dibattiti della dottrina giuridica, raramente interessanti per i non addetti ai lavori; essa è invece ben presente in tutto il filone relativo alla identificazione dei nessi tra sussidiarietà e sviluppo economico, ampliabile fino alle tesi che sostengono essere il welfare mix un affare superato a favore della c.d. “economia civile”, quella cioè che difende lo Stato sociale universalistico come fattore di benessere per tutti, e quindi in primo luogo come fattore di produttività delle imprese (5). Tesi suggestiva per lo slancio che dà alla discussione in atto, per le prospettive che apre, per una valorizzazione piena del terzo settore contro le sempre vive tendenze a subordinarlo alle fallite politiche di welfare dello Stato sociale ma che lascia aperti molti problemi, quali ad esempio il ruolo dei pubblici poteri, posto che essi ancora debbano sussistere almeno nel settore della creazione dei beni pubblici (problema non secondario almeno per chi si occupa di diritto pubblico e costituzionale).
Il discorso sulla sussidiarietà, in questa prospettiva, sembra spostarsi dal settore public a quello dei rapporti interprivati, poiché la creazione delle reti di sostegno al bisogno di istruzione, di salute, di lavoro e di previdenza per anziani, poveri o disabili tornerebbe ad essere un affare tra privati, come peraltro è sempre stato in passato, mentre nel welfare mix il tema sembrava essere piuttosto una razionalizzazione dell’azione pubblica, da ottenersi mettendo a confronto la stessa con azioni private, profit o non profit non importa, purché più efficienti (e non ci vuol molto) dell’azione della burocrazia. E poiché sembra essere un affare tra privati, non a caso assistiamo in questo momento all’affermarsi di progetti di fondazioni di comunità, fondazioni di partecipazione, fondazioni di impresa, fondazioni di sviluppo (6), tutti enti che si pongono nei confronti di situazioni di bisogno (compreso il “bisogno” di aver un sistema produttivo efficiente) con modalità che ricordano un passato non lontano, in cui l’ente pubblico non aveva quella smodata smania di protagonismo di cui ancora oggi vediamo le vestigia; fondazioni grant making da un lato e fondazioni (sempre private) che si organizzano come enti volti ad offrire risposte ai bisogni (di assistenza, di istruzione, ecc., come di nuovo insegna la Regione Lombardia che ha privatizzato le Ipab, secondo un’esperienza ancora tutta da valutare ma che ha in sé una grande promessa di cambiamento) dall’altro potrebbero forse, in un futuro dai contorni non privi di tratti utopici, esaurire la domanda di beni pubblici senza che neppure sia necessaria una anche minima forma di regolazione.
In ultima analisi, si tratta di una prospettiva che ha tratti analoghi (e assai meno utopici) alla sussidiarietà fiscale, almeno quando essa assume la forma della detassazione e che tende ad identificarsi anche con la visione del “pubblico” propria dei Paesi di common law, per tradizione e per cultura assai più favorevoli all’iniziativa privata e alla sussidiarietà (basti pensare alla concezione di local government che lì vige), di quanto non lo siano i paesi a diritto scritto e di diritto amministrativo (7).
Per deformazione professionale, dunque, o per naturale tendenza del dibattito, la questione torna sul ruolo dello Stato, se esso può ridursi a mero “detassatore” o se occorra invece che continui a svolgere il compito di regolatore più o meno leggero di un mercato e di tutti i suoi addentellati, primo fra tutti il sistema di welfare, che è ancora quasi tutto da ripensare. Ma poiché per ora lo Stato in Italia non è né l’uno né l’altro, da noi il ricordare il valore della sussidiarietà e di tutte le prospettive che essa contiene può essere ancora un compito importante.

1 G. VITTADINI (a cura di), Il non profit dimezzato, Milano, Etas, 1997.
2 G. DE RITA, La trincea inesistente del welfare, in “Corriere della Sera”, 23 settembre 2004; G. TREMONTI, Sarà la scienza a determinare lo Stato sociale del futuro, in “Corriere della Sera”, 13 ottobre 2004; M. SIDERI, Lo Stato sociale del futuro? Puntare su scuola e cultura, in “Corriere della Sera”, 14 ottobre 2004.
3 Codice etico dell’American Society for Public Administration del 1994 (ASPA), Consiglio Nazionale ASPA 1994.
4 Cfr. R. VISCHER, Subsidiarity as a Principle of Governance: beyond Devolution, 2001 Indiana Law Review, saggio che ha per scopo di differenziare le politiche di Bush, pur impregnate di sussidiarietà, da un’applicazione autentica della stessa che, come dice il titolo, non può essere ridotta a mera devoluzione sia in senso verticale (dalla federazione agli stati) sia in senso orizzontale (cioè dal pubblico al privato). Secondo tale autore, per applicare davvero la sussidiarietà e non lasciarla invece nel limbo degli slogan politici occorre che si possano identificare principi e parametri che consentano di renderla concreta, quali ad esempio la necessità di valorizzare le strutture di mediazione rispetto alle megastrutture e i processi partecipativi capaci di accrescere il potere dei cittadini in senso sostanziale e non solo in senso formale (diritti civili in senso stretto).
5 V. da ultimo ZAMAGNI, Verso l’economia civile, Sintesi dell’intervento al Convegno “Il ruolo del terzo settore nello sviluppo del welfare lombardo”, Milano, 1° dicembre 2004, Conferenza Programmatica della Direzione Generale Famiglia e solidarietà sociale della Regione Lombardia.
6 Su queste ultime v. L. ROTH, A cosa servono le fondazioni di sviluppo, Corriere della Sera, lunedì 6 dicembre 2004, supplemento CorrierEconomia, p. 8.
7 Si vedano sempre le interessanti considerazioni di Vischer che riporta le tesi di TOCQUEVILLE e di LINCON come esempio di “sussidiarietà latente” nel sistema statunitense, che pure si è poi sviluppato in senso parzialmente contrario, espandendo i poteri federali a scapito dei poteri degli Stati. Egli afferma tuttavia che, nonostante gli sviluppi del federalismo in senso antisussidiario, “the degree and permanence of the concern raised by such expansion (n.d. a. dei poteri federali) is itself evidence that subsidiarity has mantained more than a foothold on the national psyche. Examples abound of America’s bilief that societal functions should be performed by local entities or individuals to the extent that they can perform them effectively ... Coupled with compassionate conservativism’s incorporation of the principle, subsidiarity’s influence on the shape of American government is likely to be even more pronounced in the coming century”.

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