Editoriali e Indici

NON PROFIT PAPER 3.2017





LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE – PARTE PRIMA



Indice:


Introduzione
Paolo Sciumé

EDITORIALE
La riforma del Terzo settore: fra libertà, pubblica amministrazione e agevolazioni
Emanuele Rossi, Luca Gori


PARTE I – ASPETTI GENERALI E RIFORMA DEL TERZO SETTORE
L’impianto del Codice del Terzo settore
Fabio Pacini
La nuova definizione giuridica di Terzo settore
Pierluigi Consorti
Riforma del Terzo settore e principio di sussidiarietà
Vincenzo Tondi della Mura
Autorità e libertà nella riforma del Terzo settore
Maria Vita De Giorgi
Le ripercussioni sul riparto di competenze fra Stato e Regioni
Giacomo Delledonne
La tutela del lavoro nel Terzo settore
Caterina Pareo
L’ibridazione della normativa e dei comportamenti nelle aziende profit e non profit
Adriano Propersi
L’impatto della riforma del Terzo settore sulla società
Andrea Bassi

PARTE II – ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI DEL TERZO SETTORE
La disciplina generale delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore
Giulia Donadio
La destinazione patrimoniale nel Codice del Terzo settore
Giulia Donadio

PARTE III – IL REGISTRO UNICO NAZIONALE
Il Registro unico del Terzo settore
Elena Vivaldi

PARTE IV – I RAPPORTI CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
I rapporti con la pubblica amministrazione alla luce dell’art. 55 del Codice del Terzo settore
Emiliano Frediani
Le convenzioni fra enti pubblici, organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale nel Codice del Terzo settore. Il confronto col diritto europeo
Alessandra Albanese
Il Consiglio nazionale del Terzo settore
Vincenzo Casamassima

PARTE V – LA DISCIPLINA DEI SINGOLI ENTI DEL TERZO SETTORE
Le diverse tipologie di enti del Terzo settore
Maddalena Tagliabue
Le reti associative del Terzo settore: appunti sull’art. 41 del Codice del Terzo settore
Paolo Addis

PARTE VI – LA FONDAZIONE ITALIA SOCIALE
Terzo settore e nuovo sviluppo: il ruolo della Fondazione Italia Sociale
Gianluca Salvatori

PARTE VII – I CONTROLLI
Il rompicapo dei controlli sugli enti del Terzo settore
Emanuele Rossi

PARTE VIII – LA DISCIPLINA TRANSITORIA
La disciplina transitoria come premessa
Alessio Genito


INTRODUZIONE

Difficile dire, oggi, se le condizioni del mercato delle risposte ai bisogni e alle esigenze delle persone, dei loro interessi, dei loro consumi, insomma le condizioni del mercato tout court, ferme alcune regole essenziali e irrinunciabili, lascino agli individui la libera iniziativa, individuale e organizzativa sia commerciale che non commerciale, di comporre le risposte ai suddetti bisogni, esigenze, interessi, consumi.
Ovvero se le norme, come è avvenuto da moltissimi decenni – sicuramente oltre cinquanta – si propongano di dominare e imporre “comportamenti” nella pretesa assurda di evitare a priori potenziali evasioni dei principi essenziali e irrinunciabili.
Difficile dire se tale atteggiamento permanentemente ideologico possa essere finalmente superato. È innegabile che tale atteggiamento abbia ingenerato caratteristici effetti di inefficienza nell’erogazione, accesso e fruizione di quei beni e servizi sui quali si fonda lo sviluppo morale e sociale della collettività: i beni meritori.
Non ovunque, non in tutti i settori.
In regioni come la Lombardia e il Veneto le opere sanitarie di proprietà privata, sono state cooptate in un sistema pluralistico di competitività e di qualità concorrente con quelle cosiddette pubbliche e quindi con indifferenza della proprietà dei soggetti agenti. Si è così generata una necessaria capacità degli enti di proprietà statale o regionale di adeguarsi, e oggi in tali regioni si può constatare come la qualità del servizio sia distribuita in termini di concorrenza, e quindi maggiormente garantita tra strutture di proprietà statale e strutture di proprietà di privati.
Ecco, se lo stesso accadesse, ad esempio, al mondo della scuola, intraprendendo un’azione caritatevole, di attenzione ai nostri giovani e non solo ai dipendenti statali, concorrenza e competitività farebbero rapidamente raggiungere quel livello di formazione adeguata agli standard che la società e il mercato oggi richiedono.
Occorre promuovere l’estensione di infrastrutture adeguate, infrastrutture di sistema. Si pensi al Sud, alle infrastrutture di base (strade, ponti, ferrovie, porti) e alle infrastrutture virtuali, quali società di servizi, aiuti alla concentrazione delle imprese, detassazione di utili reinvestiti in imprese particolarmente captive nel territorio.
Ciò non necessiterebbe anche di strutture di efficiente servizio per i beni meritori, e quindi assistenza, e quindi cultura, e quindi sanità, e quindi istruzione? Si legga: profit e non profit, non la loro distanza ma la loro relazione.
Ancora una volta, per immaginare il presente del nostro Paese è indispensabile cominciare ad affrontare seriamente il superamento della sua sofferta divisione. Più che sofferta: disperata, senza speranza.
Ridare speranza, abbandonando la strada del solidarismo buonista per ridare vigore alla parola carità, che prevede, innanzitutto, immedesimazione. Carità non per sé né per l’altro, per quel sé che coincide con l’altro.
La domanda è, quindi: questa Riforma è uno strumento che muove in questa direzione? O siamo di fronte ad una nuova riscrittura di quella storia che da cinquant’anni non si conclude, raccontata con lo stile autoritario della norma? Ed anche: quanto c’è di essenziale e imprescindibile e quanto è invece ridondante e trascurabile?
Un Riforma supportata poi, dalla tecnica dell’informazione, in cui importante non è ciò che si fa ma il fare, non la volontà responsabile ma l’istinto di sopravvivenza.

Paolo Sciumé


EDITORIALE
"La riforma del Terzo settore: fra libertà, pubblica amministrazione e agevolazioni" (Emanuele Rossi, Luca Gori)

Un iter “confuso”?
Nel numero 3/2014 di questa Rivista, il disegno di legge delega presentato dal Governo al Parlamento era salutato come una «buona notizia».
Una «buona notizia» è stata l’attenzione politica dedicata (finalmente!) al tema del Terzo settore; la volontà di mettere ordine in un settore che si era sviluppato caoticamente, nel corso del tempo, senza un disegno complessivo; la scelta di aprire una ampia consultazione pubblica sui contenuti del disegno di legge. Quella «buona notizia» indicava una inversione di tendenza rispetto ad anni di dimenticanza o, addirittura, di atteggiamenti quasi “punitivi” verso il Terzo settore, di cui fu massima ed infelice espressione la soppressione dell’Agenzia per il Terzo settore.
Certo, non tutti gli aspetti del disegno di legge governativo erano convincenti o condivisibili: ma la scelta di procedere con una delega legislativa, frutto di una ampia discussione parlamentare, rappresentava un buon inizio. L’approvazione della legge n. 106 del 2016 sembrava aprire un “cantiere” al quale i protagonisti del Terzo settore italiano avrebbero dovuto partecipare, con un obiettivo principale: costruire un paradigma normativo che fosse chiaro, applicabile nella concretezza delle situazioni e non eccessivamente astratto, rivolto non solo a soddisfare le esigenze organizzative e funzioni dell’amministrazione (e, specialmente, di quella finanziaria), ma a costruire il presupposto di una stagione di sviluppo del Terzo settore.
La varietà degli enti del Terzo settore, infatti, richiede la sapienza normativa di coniugare tre diverse spinte: la costruzione di un nucleo minimo di norme comuni a tutti gli enti; la valorizzazione della specificità delle diverse “famiglie”; il rispetto, comunque, di un’area di autonomia incomprimibile rispetto al potere pubblico nella quale poter liberamente organizzarsi e progettare attività.
Dopo l’approvazione della legge delega n. 106 del 2016, si è avuto, però, una sorta di periodo di black-out (nel corso del quale vi è stata la campagna referendaria e l’esito negativo del referendum costituzionale, le dimissioni del governo Renzi e l’insediamento del governo Gentiloni), che si è concluso con l’approvazione – a poca distanza dalla scadenza del termine della delega (3 luglio 2017) – degli schemi di decreto legislativo, sottoposti all’intesa in Conferenza Stato-Regioni ed al parere parlamentare.
Il Governo – da quanto si è potuto apprendere – ha lavorato a gran velocità per rispettare il termine e, probabilmente, non si è aperto un efficace confronto con gli enti del Terzo settore e con i portatori di interessi.
Questa rivista, insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, ha inteso dare il proprio contributo, con la costituzione di uno standing group composto da studiosi e professionisti della materia che ha predisposto un Position paper trasmesso al Governo ed alle commissioni parlamentari consulenti sugli schemi di decreto legislativo (alcune soluzioni proposte, per la verità, hanno poi effettivamente trovato accoglimento nel testo finale).
Appena pubblicati i testi dei decreti, l’attenzione si è concentrata (paradossalmente!) sulla necessità di una loro modifica mediante decreti legislativi integrativi e correttivi: da molte parti, infatti, si è ritenuto che la nuova disciplina avesse bisogno allo stesso tempo di una immediata “messa a punto” e di una tempestiva “attuazione”. Le due prospettive sono divergenti – modifica del dettato legislativo o sua attuazione? – ed hanno generato notevoli incertezze negli operatori del settore circa la stabilità delle norme approvate. A complicare il quadro si è aggiunto il ricorso presentato alla Corte costituzionale dalle Regioni Veneto e Lombardia, ancora pendente, a proposito dell’istituzione dei fondi a sostegno del Terzo settore e del sistema dei centri servizi per il volontariato.

Una delusione: la sopravvivenza della disciplina originaria del codice civile
Venendo al merito della riforma, il primo dato che emerge è che il Governo non ha attuato la delega concernente la riforma del Libro I del codice civile. Si tratta di un intervento atteso da decenni, sul quale si sono affaticate la dottrina e numerose commissioni ministeriali. Una fatica di Sisifo, potrebbe dirsi: il codice civile rivela una vitalità inaspettata, in grado di sopravvivere a qualsiasi riforma. Le scarne norme civilistiche, infatti, che sono state utilizzate ad ogni scopo, più o meno commendevole, ed hanno una duttilità (francamente, eccessiva) alla quale è difficile rinunciare.
La legge delega chiedeva che fosse innovata la disciplina civilistica comune per tutti gli enti (non solo del Terzo settore), per garantire trasparenza su statuti, bilanci ed altri strumenti fondamentali degli enti, a tutela dei diritti degli associati, dei terzi e dei creditori, anche mediante la revisione del regime di responsabilità patrimoniale. A ciò si aggiungeva le necessità di disciplinare il procedimento per ottenere la trasformazione diretta e la fusione tra associazioni e fondazioni. Solo quest’ultimo criterio direttivo ha trovato attuazione nel nuovo art. 42-bis c.c. Per il resto, il legislatore non ha toccato il codice civile; ha però introdotto una disciplina civilistica speciale per la costituzione e l’organizzazione delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore. L’esito della nuova normativa è un allargamento della forbice fra associazioni e fondazioni del Terzo settore e quelle che ne sono fuori.
Per le prime, il legislatore ha stabilito una disciplina penetrante, costruita distinguendo una serie di norme inderogabili da un’altra di norme derogabili da parte degli statuti e degli atti costitutivi, nonché una procedura semplificata per il riconoscimento della personalità giuridica (art. 22). Viene così costruito una sorta di modello di associazione e fondazione del Terzo settore, funzionale all’ottenimento dell’iscrizione nel Registro unico nazionale e per il quale il codice civile diviene pressoché irrilevante. Per le seconde – associazioni e fondazioni non del Terzo settore – rimane invariata la disciplina codicistica.
Per effetto di questa scelta, la “delega” è, per così dire, “sfigurata”: la tutela dei soci, dei terzi e dei creditori, la trasparenza di bilanci e statuti è un “valore” da affermare esclusivamente negli enti del Terzo settore (in ragione di una loro supposta specialità) e non è forse un “valore” che dovrebbe affermarsi in tutti gli enti collettivi, prevalendo (nella misura meno afflittiva possibile) sull’autonomia privata. Forse un punto di mediazione più avanzata poteva essere agevolmente raggiunto.

Il Codice, un impegno (difficile) da mantenere
L’opzione a favore di un Codice del Terzo settore era stata lanciata, dalle colonne di questa Rivista, già nel 2014. Il legislatore, inizialmente, intendeva procedere esclusivamente alla compilazione di un Testo unico della legislazione vigente (ai sensi dell’art.17-bis della legge 23 agosto 1988, n. 400). Opportunamente, è stato fatto riferimento alla nozione di Codice di settore (art. 20, legge 15 marzo 1997, n. 59): il Governo ha così emanato il Codice del Terzo settore (d.lgs. n. 117 del 2017). In una unica sede, dovrebbe essere ora possibile trovare l’intera normativa del Terzo settore, senza necessità di ricercarla in ogni “provincia” dell’ordinamento: definizione, disciplina civilistica (che era l’unica parte che – probabilmente – doveva restare fuori, per le ragioni dette in precedenza), rapporti con la p.a., controlli, sistema di promozione ed incentivi, disciplina transitoria.
Una prima ragione di insoddisfazione è data dall’aver lasciato parte della normativa rilevante fuori dal Codice: la disciplina dell’impresa sociale (d.lgs. n. 112 del 2017); il cinque per mille (d.lgs. n. 111 del 2017); la cooperazione sociale (che resta regolata dalla legge di settore, n. 381 del 1991); le società di mutuo soccorso (in parte disciplinate dall’antichissima legge 15 aprile 1886, n. 3818). Sopravvivono così “schegge” di Terzo settore nell’ordinamento.
Una seconda ragione di perplessità è data dal fatto che il legislatore, all’indomani dell’approvazione del Codice, ha iniziato ad integrarlo, implicitamente, in altre fonti legislative, generando difficoltà sul piano applicativo ed interpretativo (così per gli obblighi di trasparenza fissati dalla legge n. 124 del 2017, art.1, c.c. 125 ss.; le imprese culturali e creative, disciplinate dalla legge di bilancio per il 2018; la nuova disciplina della trasmissione dei dati delle erogazioni liberali previsto dal d.m. 30 gennaio 2018). L’efficacia del Codice dipende, in larga misura, non dall’essere una fotografia dell’esistente ad una certa data, bensì nel riuscire ad inglobare dinamicamente al suo interno le innovazioni normative, inserendole nella sistematica codicistica. Diversamente, in un breve tornante di tempo, l’esito prevedibile è quello di un nuovo caos normativo.

Il Terzo settore: la definizione. Difficile, ma indispensabile
La definizione di “ente del Terzo settore” è, indubbiamente, uno dei passaggi più importanti dell’intera riforma: la delimitazione del perimetro del Terzo settore era una esigenza invocata da decenni. L’art. 4 del Codice del Terzo settore offre alcuni sicuri appigli interpretativi: è questo un passo avanti notevole, da salutare con favore.
Tuttavia, come si è cercato di dimostrare nel numero 2/2017 di questa Rivista, esistono numerosi fenomeni di “confine” assai difficili da inquadrare, di cui il legislatore ha preferito non occuparsi. Gli ampi margini lasciati aperti dalla disciplina civilistica, infatti, hanno consentito, nel corso del tempo, il proliferare di una “popolazione” di enti connotata da peculiarità strutturali (ad es., le fondazioni di partecipazione, gli enti misti pubblico-privato, i trust), o da finalità speciali (come l’esercizio di funzioni amministrative, di ausilio ai poteri pubblici) o svolgenti attività tipiche imprenditoriali.
Omnis definitio in iure civili periculosa est: parum est enim, ut subverti non posset. Il brocardo di Giavoleno si attaglia particolarmente al caso in esame. Già il Codice, infatti, contiene almeno due casi problematicamente riconducibili alla definizione generale dell’art. 4: il volontariato individuale (art. 17), che sfugge – in verità – a qualsiasi categorizzazione; la possibilità di una limitata ripartizione dell’utile nell’impresa sociale, che mette in crisi la qualifica del Terzo settore come not for profit sector, sostituita polemicamente da alcuni con l’espressione low profit sector.
In realtà, la definizione di Terzo settore è ancora in trasformazione: nella prassi si assegna, a seconda dei casi, maggiore rilievo al dato giuridico formale, all’elemento finalistico, alla modalità di svolgimento dell’attività, all’ambito oggettivo di operatività, all’impatto sociale generato. Individuare un baricentro non sempre è possibile, all’interno di questa multiformità.
Per assumere la qualifica di ETS è necessaria l’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS). L’iscrizione è, giuridicamente, un onere e non un obbligo (come improvvidamente disponeva la legge delega, in alcuni casi). È, tuttavia, necessario che gli ETS colgano la peculiare valenza di questa iscrizione: pubblicità notiziale di alcuni dati essenziali dell’ente; opponibilità ai terzi degli atti e dei fatti per i quali è prevista la trascrizione; accesso al regime di favor previsto dal legislatore; possibilità di fregiarsi di uno degli acronimi distintivi degli ETS (un effetto, per così dire, reputazionale). Recenti ricerche hanno messo in luce la pluralità di registri istituiti e le carenze informative che li caratterizzano, le difficoltà gestionali degli enti che li gestiscono, la scarsa sensibilità degli ETS verso l’aggiornamento dei dati. Senza dimenticare il fenomeno della fuga dai registri, per la quale un numero assai significativo di enti non è, ad oggi, censito.
Su questo punto, oltre a dover affrontare tutte le difficoltà tecniche del trasferimento dei dati, occorrerà una significativa azione culturale sugli ETS e sulla p.a.: deve maturare una nuova consapevolezza degli effetti e della finalità della registrazione.

Verso una bipartizione (fiscalmente orientata) del Terzo
settore?
La riforma del Terzo settore introduce una summa divisio fra enti del Terzo settore che svolgono la loro attività in forma imprenditoriale ed enti che non svolgono la loro attività in forma imprenditoriale, bensì mediante azione volontaria, mutualità o erogazione gratuita di beni, danaro e servizi.
Si prefigura, quindi, un Terzo settore a due velocità? Si direbbe di sì.
Il primo ambito è quello del Terzo settore, per così dire, “classico”.
È il Terzo settore ove le attività sono svolte prevalentemente mediante il volontariato (con limitazioni al ricorso al lavoro dipendente o autonomo), con apporto rilevante delle liberalità o delle convenzioni con gli enti pubblici, ma senza una organizzazione tipicamente imprenditoriale.
Si raccoglie qui, fra l’altro, l’importante esperienza del volontariato della legge n. 266 del 1991, dell’associazionismo di promozione sociale della legge n. 383 del 2000, della realtà delle fondazioni di erogazioni.
Il secondo ambito è quello dell’imprenditoria sociale e della cooperazione sociale. Ai sensi dell’art. 1 del d.lgs. n. 112 del 2017, possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti nelle forme di cui al libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, che adottano modalità di gestione responsabili e trasparenti e favoriscono il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività. Singolare la sopravvivenza della cooperazione sociale come separata dall’impresa sociale, una sorta di “riserva”, quasi una versione minore di quest’ultima, più limitata negli ambiti di attività e nella gamma di soggetti svantaggiati che può impiegare.
Il legislatore “incentiva” (ma non obbliga) all’assunzione della qualifica di impresa sociale tutti quegli enti che ne hanno tutte le caratteristiche dell’imprenditorialità (che non sono chiarite, però). Decisiva a questo fine, ad avviso di chi scrive, la disciplina fiscale e, seppure in misura inferiore, quella lavoristica.
Tuttavia, da questa bipartizione, discendono trattamenti fiscali così differenziati da rasentare profili di irragionevolezza.
Per gli ETS, infatti, rimane in vigore la problematica scissione fra disciplina civilistica e disciplina fiscale, priva di rispondenze in altri ordinamenti e che la legge delega chiedeva expressis verbis di superare (ci sarebbe da chiedersi se non si sia in presenza di un caso di violazione della legge delega). La fiscalità continua ad essere problematicamente imperniata (art. 79 Codice del Terzo settore) sulla distinzione fra attività commerciali e non commerciali e sul giudizio di prevalenza dei ricavi provenienti dall’una e dall’altra. Da questo giudizio di prevalenza, in linea generale, dipende l’attrazione nell’orbita della disciplina fiscale degli enti non commerciali o degli enti commerciali.
Per le imprese sociali, invece, vi è una unica disciplina fiscale di vantaggio, che discende sic et simpliciter dall’assunzione della qualifica di “impresa sociale”: fatta la scelta della forma giuridica, il regime fiscale è unico e conseguente.
Sul piano sistematico, però, ne discende che mentre le imprese sociali possono affrontare, senza grandi incertezze quanto al trattamento fiscale, le loro attività imprenditoriali di interesse generale, gli ETS, che pure svolgono una attività di interesse generale (art. 5 del Codice), devono essere assai vigili nel qualificare le diverse tipologie di attività e nel valutare la prevalenza dei ricavi commerciali; non solo, devono essere assai tempestivi, perché la eventuale perdita della qualifica di ente non commerciale deve essere comunicata entro il 30 gennaio di ogni anno al Registro unico(!).
Occorre svolgere una seria riflessione sul punto. Se la distinzione ha un suo obiettivo fondamento civilistico (la differente modalità con la quale le attività sono svolte), un così differenziato trattamento fiscale pare, francamente, irragionevole. Soprattutto perché esso viene a dipendere, per gli ETS, da una serie di fattori incontrollabili e, in ogni caso, assai difficili da monitorare.
In generale, non può dimenticarsi mai che tutti gli ETS – siano o meno imprese sociali – svolgono attività di interesse generale (qualificate così dal legislatore): ai sensi dell’art. 118, u.c., Cost. il legislatore è chiamato ad “agevolare” la realizzazione di tali attività da parte dei cittadini, singoli o associati. Si giunge al paradosso che, per non obbligare un ente ad assumere la qualifica di impresa sociale (quasi per un atto di ossequio all’autonomia privata!), si rende fiscalmente oneroso non assumerla, pur svolgendo oggettivamente la medesima attività.

Libertà, sostegno e potere. Che idea di Terzo settore esce dalla riforma?
Quale visione offre, del Terzo settore, la riforma?
In generale, l’ente tipico del Terzo settore nella riforma è un ente di dimensioni medio-grandi, in grado di sostenere un carico di adempimenti e di controlli (interni ed esterni) tutt’altro che scontato. È un ente che intrattiene significativi rapporti con la Pubblica amministrazione. È un ente che già svolge una attività in forma imprenditoriale o che è chiamato ad evolversi in quella direzione. È un ente nel quale il volontariato diventa elemento accessorio. Soprattutto, è un ente che subisce una contrazione dello spazio di autonomia privata “in cambio” di un regime di sostegno.
Ragionando in termini costituzionali, il principio di sussidiarietà orizzontale (118, u.c., Cost.) si realizza agevolando la libertà di associazione (art. 18 Cost.) e di impresa (art. 41 Cost.) configurando l’intervento pubblico entro il limite segnato dalla preferenza per le iniziative dei cittadini singoli ed associati: in tal caso, i controlli dovrebbero essere mirati a verificare la rispondenza della mission all’interesse generale (lo strumento tipico dovrebbe essere il bilancio sociale), ma non a dettare cosa sia l’interesse generale.
Al contrario, nella riforma, si restringe la libertà di associazione e di impresa, supponendo che, limitando il raggio di azione di un ente (ad es., elencando le attività che esso può esercitare), esso persegua indefettibilmente finalità di interesse generale (emblematica ed inedita, da questo punto di vista, il vincolo sulla disciplina contrattuale dei rapporti di lavoro; oppure l’obbligo di dichiarare la perdita della natura non commerciale; la disciplina dei CSV, complessissima; o, ancora, i tetti alle autocertificazioni dei volontari); si istituisce, poi, come contropartita di tale restrizione, un corposo sistema di vantaggi fiscali o nei rapporti con la p.a., e si instaurano controlli non sulla mission o sugli impatti generati, bensì sul puntuale adempimento di obblighi. L’agevolazione non è un atto di fiducia espansiva verso il Terzo settore, bensì il presupposto per il restringimento della sua libertà.
Occorrerebbe cambiare punto di osservazione. Partire dal contributo che ciascun ente intende dare all’interesse generale, lasciando spazi amplissimi per interpretarlo. In fondo, la storia del Terzo settore non è una storia di “forme giuridiche”, bensì, principalmente, un susseguirsi di intuizioni profetiche e controcorrente (talora conflittuali con il potere), in grado di invertire le rotte della storia, di affermazione di nuove issues di interesse generale, imponendo all’agenda politica temi e questioni che, altrimenti, sarebbero rimasti fluidi, inespressi o minoritari.
La sfida del diritto del Terzo settore è, quindi, dare forma giuridica a tali mission, inscritte negli articoli 2 e 3 della Costituzione, assicurando gli spazi di libertà necessari, “inventando” nuovi moduli di controllo che non siano quelli tipici consegnatici dal diritto amministrativo.
Oggi, al contrario, sembra che sia più la politica a dettare l’agenda al Terzo settore, sia nelle attività da svolgere sia costringendolo in forme giuridiche che ne determinano una (inevitabile) revisione delle mission.
Non solo per colpa di una politica invadente, beninteso: ma anche di un Terzo settore che ha abdicato, in parte, alla propria funzione costituzionale.
Tuttavia, non c’è da disperarsi: la forza della «primigenia vocazione sociale dell’uomo, derivante dall’originaria identificazione del singolo con le formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità e dal conseguente vincolo di appartenenza attiva che lega l’individuo alla comunità degli uomini» (Corte cost. n. 75 del 1992) è sempre stata in grado, nella storia, di spezzare anche la bardatura normativa più pesante.

Il commento alla riforma si articola in due numeri. Nel primo numero (3/2017) sono affrontati preliminarmente i “profili generali” della riforma; a seguire, la disciplina civilistica, i rapporti con la pubblica amministrazione, l’istituzione del Registro unico nazionale, i controlli, l’istituzione della Fondazione Italia Sociale e la disciplina transitoria.
Nel secondo numero (4/2017), invece, sono affrontati la disciplina dell’impresa sociale, la disciplina fiscale degli ETS, gli strumenti finanziari a supporto degli ETS, il cinque per mille, gli strumenti di rendicontazione, il modello 231 per gli ETS. Sarà poi affrontato il tema degli enti considerati “tipici” del Terzo settore che, tuttavia, non possono o non intendono accedere al regime previsto dalla riforma.

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