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(07/05/2019) Computo dei lavoratori svantaggiati nell'impresa sociale

Con la nota n. 4097 del 3 maggio 2019 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali fornisce chiarimenti sui criteri di calcolo della percentuale dei lavoratori svantaggiati nell’impresa sociale



Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali-Direzione Generale del Terzo settore e della responsabilità sociale delle imprese ha emanato la nota n. 4097 del 3 maggio 2019, con la quale fornisce alcuni chiarimenti circa le modalità di calcolo della percentuale dei lavoratori svantaggiati, di cui al comma 5, art. 2 del Decreto Legislativo 117/2017, secondo cui “l’impresa sociale impiega alle sue dipendenze un numero di persone” appartenenti alle citate categorie “non inferiore al trenta per cento dei lavoratori”, tenendo presente che “ai fini del computo di questa percentuale minima, i lavoratori di cui alla lettera a) non possono contare per più di un terzo e per più di ventiquattro mesi dall’assunzione”.

In particolare, la nota ministeriale risponde a due quesiti:
1) se il computo della percentuale dei lavoratori svantaggiati debba effettuarsi “per teste” o non con riferimento al “monte ore” lavorate;
2) se il calcolo della percentuale derivi dal rapporto tra lavoratori svantaggiati e lavoratori non svantaggiati oppure da quello tra lavoratori svantaggiati e totale dei lavoratori (dato dalla somma tra lavoratori svantaggiati e lavoratori non svantaggiati).

Con riferimento al punto 1), si ricorda che il Ministero aveva già avuto modo di chiarire che, nel caso delle cooperative sociali di tipo b) finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate - come definite dall’articolo 4 comma 1 della l. n. 381/1991 e che ai sensi del comma 2 della medesima disposizione devono costituire almeno il trenta per cento dei lavoratori dell’impresa - “la determinazione del 30% dei soggetti svantaggiati vada effettuata ‘per teste’ e non in base alle ore effettivamente svolte dai lavoratori stessi”. La motivazione si basa sulla ratio della legge, che “risiede nel creare opportunità lavorative per quelle persone che, proprio a causa della loro condizione di disagio psichico, fisico e sociale, trovano difficoltà all’inserimento nel mercato del lavoro, anche e soprattutto laddove si richieda loro una prestazione lavorativa a tempo pieno”.

Quanto al punto 2), si ricorda che l'INPS aveva già chiarito che “le persone cosiddette svantaggiate non concorrono alla determinazione del numero complessivo dei lavoratori in parola cui ci si deve riferire per la determinazione dell'aliquota delle stesse... un diverso orientamento costituirebbe una ingiustificata penalizzazione per le medesime ed il venir meno delle finalità solidaristiche della legge in questione”.

Il Ministero fa notare che la formulazione delle norme che impongono rispettivamente all’impresa sociale di impiegare “un numero di persone…non inferiore al trenta per cento dei lavoratori” e alla cooperativa sociale che i lavoratori svantaggiati “devono costituire almeno il trenta per cento dei lavoratori” è molto simile. Allo stesso modo, risultano sostanzialmente analoghe le finalità di inclusione lavorativa e sociale delle due normative, entrambe operanti in favore di persone appartenenti a categorie tipicamente “deboli” sul piano dell’inserimento del mondo del lavoro.

Quindi si applicano integralmente alle imprese sociali i criteri di computo dei lavoratori svantaggiati già utilizzati con riferimento alle cooperative sociali, anche al fine di garantire, per ragioni sistematiche, un’applicazione uniforme degli stessi ad entrambi gli istituti.

La Nota 3 maggio 2019 n. 4097 è disponibile nella sezione Prassi di Nonprofitonline.

https://www.lavoro.gov.it

Redazione Non profit on line

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